Vignaioli del Lazio

Con questo articolo voglio iniziare una ricerca sul vino laziale, raccontando questo territorio e le persone che lo vivono e lo fanno esistere enoicamente. L’idea è quella in fondo più semplice, mettersi in movimento e scoprire questa terra andando a trovare i vignaioli della regione per raccontare tramite loro questa realtà.   Il pensiero che ho rispetto alla situazione della viticoltura laziale non è certo idilliaco, i limiti mi sembrano ancora tanti e forse, come molti, sono prevenuto perché persiste nell’immaginario collettivo un pregiudizio che allontana. Con Gabriella Ferri in coro intonavamo “è mejo er vino de li Castelli che questa zozza società!” , ma questo ora è “come un vecchio ritornello che nessuno canta più”.

La prima tappa è da Marco Carpineti viticoltore in Cori. Lazio meridionale, provincia di Latina. Cori è città antica, fondata dai Prisci Latini intorno al XIII sec. A.C. e testimonianze archeologiche indicano che la zona fosse già popolata durante l’Età del bronzo. Quel che è certo è che ben prima dell’avvento del predominio di Roma le popolazioni latine fossero dedite alla viticoltura.

La zona di Cori è collinare (circa 400 m.s.l.) esposta a sud/ovest. A est è protetta dai Monti Lepini mentre a ovest si affaccia sulla pianura pontina fino alla linea d’acqua del Mar Tirreno. Il territorio di origine vulcanica è composto da tufo e pietra calcarea. La montagna e il mare sono gli elementi che regolano il clima che è mite e temperato, grazie anche alla formazione di venti locali non umidi, che di giorno spirano dal mare e di sera dall’entroterra; le precipitazioni sono regolari durante l’anno. Le condizioni pedo-climatiche sono potenzialmente ottimali per una viticoltura di qualità.

All’inizio avevo pensato di fare un’intervista a Marco Carpineti, domanda e risposta, così da fare una fotografia nitida dalla quale non si sfugge perché aliena la possibilità d’immaginazione. Fortuna che le cose vanno diversamente a volte, le situazioni, gli incontri si snodano da se, schivano una volontà precisa sorprendendo. Come quando degustando, ti abbandoni al vino lasciandoti andare a emozioni che non ti aspetti. Sarà anche che sceso dall’auto una volta arrivato, più che il motore si sono spenti i pensieri, sarà che il paesaggio che si apriva di fronte faceva respirare diversamente.

L’edificio della cantina è su un terreno terrazzato, lo sguardo può seguire le linee della terra morbide nel disegnare colline popolate dalla vite, che docili si spengono nella pianura che corre verso il mare, dove il sole che ci si riflette fa brillare l’acqua in lontananza. Questa terra ti abbraccia ti fa sentire a casa. Così quando incontro Marco, libero dai miei piani iniziali mi rapporto con l’occasione che si crea.

Torno in tema, si parla di vino e di vino laziale, ma, mi si conceda, ogni cosa ha un suo modo di essere e che pertanto va raccontato. Di certo l’immagine del vino laziale sembra degradata, associata all’idea di media/bassa qualità, una pessima reputazione difficile da stracciarsi da dosso. Si dirà che è il prezzo salato pagato alla scelta produttiva di decenni passati nell’accontentarsi della quantità a discapito della qualità, perché tanto a Roma si beve di tutto, ma in verità credo che sia qualcosa di più profondo; si è rinunciato a un’immagine riconoscibile, che esprima con sincerità la sua originalità unica e non con furbizia o peggio con timore.

Ho scritto “sincerità”, e la persona che mi accoglie mi restituisce sin da subito la sensazione di incontrare un uomo che con sincerità si esprime e interpreta la sua terra.

La sincerità è complicata, per nulla semplice, quasi troppo umana di questi tempi, implica la coerenza e il coraggio di saper essere se stessi. Sarà anche per questo che quando la si incontra o ci si sa rapportare apprezzandola o si rischia di rimanere preda di una brutta invidia.

E’ così che con Marco Carpineti nasce un discorso condiviso che prende sostanza e forma nel dialogo. Ci appare evidente che una regione che vuole riscoprire se stessa e ricostruire una sua identità vitivinicola certa e riconoscibile dovrebbe ripartire dalla sua originalità, dalla riscoperta del proprio territorio, dalla valorizzazione dei vitigni autoctoni, da sistemi di allevamento che non siano propensi alla quantità come quelli a tendone (oltre il 48% sul territorio regionale), dalla ricerca costante della qualità in vigna e in cantina, da una migliore comunicazione. Soprattutto dal desiderio di raccontare tramite il vino la propria cultura, la propria storia, la propria terra. Di saper dire tranquillamente “si sono un vignaiolo laziale...embè?”

E’ giunto il tempo di scrivere qualcosa sulla cantina e sulla sua filosofia. Se si apprezza una persona, di conseguenza si può condividerne la visione, le scelte e la coerenza con cui le porta avanti. Storia iniziata con l’appezzamento di Campolemole di proprietà della famiglia Carpineti da generazioni e che oggi invece conta su circa 60 ettari di terreno. Coltivati a partire dal 1994 biologicamente (a breve è in previsione il passaggio graduale al biodinamico); vitati solo con uve autoctone della zona e quasi dimenticate: Bellone, Greco giallo, Greco Moro, Nero Buono, Cesenase e Montepulciano. Allevati a Guyot o a cordone speronato su un terreno ricco di scheletro composto da pietra calcarea e tufo. Nessun uso di diserbanti, concimi chimici o prodotti di sintesi. Potature importanti e basse rese per pianta, accurata selezione dei grappoli. Soprattutto il lavoro, la capacità di pensare in prospettiva e di saper attendere con pazienza che le scelte fatte ripaghino della fatica dell’impresa.

Qui si ricerca si sperimenta, cercando di trovare la migliore espressione enologica con risultati di notevole interesse da interpretare nella loro tipicità. Il rapporto con la vigna è semplice ma curato con attenzione nel rispetto ossequioso dei cicli della pianta, dell’ambiente, del tempo e delle stagioni. Stesso è l’approccio nel lavoro in cantina, dove si vinificano i grappoli migliori e soprattutto solo i propri. I figli di questo lavoro artigianale sono in costante evoluzione e rielaborazione, nascono da intuizioni coraggiose come il Bellone metodo classico millesimato solare e fragrante. Nel passato si può ritrovare un sentiero che conduce al domani. Questo sentiero Carpineti ha pensato di percorrerlo a cavallo. Quando lo vedo tornare verso i filari dove ero rimasto a scattar foto alle vigne seguito da Garibaldi sono contento di stupirmi. La semplicità sa far innamorare. Garibaldi è un cavallo agricolo italiano TPR (tiro pesante rapido) in quel momento è un po’ inquieto, non perché tira l’aratro un paio di ore al giorno in vigna, ma perché dietro un puledro attende anche lui una pacca, un riconoscimento di Marco. Equine gelosie … Sono quattro i cavalli che lavorano la vigna, di certo non abbastanza per l’intera proprietà che viene lavorata per lo più meccanicamente, ma di certo c’è una visione della viticoltura che affascina che merita di essere raccontata, scoperta e bevuta nel calice. Il progetto è l’impiego del cavallo per diminuire quello del trattore, ridurre l’impatto ambientale, riscoprire una tradizione. No, non è fare poesia del marketing, ma è un fare romantico perché propone un’interpretazione e una relazione diversa del rapporto uomo e ambiente.

Si è fatto tardi, quando ci stringiamo la mano per salutarci. Mi accompagna nel ritorno verso Roma la memoria delle ore trascorse in azienda. Carpineti è persona schietta e diretta, orgoglioso delle sue origini e del territorio che vive. Un vignaiolo che non ricerca e ricrea se stesso nel vino, non si pone al di sopra del territorio ma ne è elemento in sinergia. I vini che propone sono espressione globale del territorio, dialettica tra ambiente e uomo, con i loro pregi e difetti narrano il passato e il presente, la fierezza delle proprie radici, la cultura di una terra a cui dona la voce per dire “esisto”.

di: Daniele Pulvirenti